Alessandro's blog

Free Software and related stuff

Il nuovo che arretra

L’Italia è un Paese speciale perché gli italiani sono persone speciali.  Siamo artisti, creativi, e grandi chiacchieroni; sapppiamo fregare gli altri nelle piccole cose, ma siamo maestri nel farci fregare in quelle grandi, come la Storia ci insegna.

Questo millennio va di moda la tecnologia e il digitale. Ci siamo fatti convincere che la tecnologia è sempre buona, anche grazie al denso alone di sacralità da cui è avvolta.  Cosa di meglio, allora, per la nostra Pubblica Amministrazione, che fare accordi quadro con le grandi aziende tecnologiche, “senza oneri per l’Amministrazione”?

Ecco quindi che il nuovo “ufficio tecnologico” del Governo viene dato in gestione a Diego Piacentini, vice presidente di Amazon, che si impegna a lavorarvi gratuitamente due anni prima di tornare in azienda.  La notizia è passata però in secondo piano, perché l’attenzione dell’opinione pubblica era divisa tra il dibattito sulle unioni civili e l’importantissimo Sanremo.

Credo che un incarico così importante dovrebbe essere remunerato, risolvendo il conflitto di interessi con l’impegno a non tornare in azienda al termine dell’incarico. Oppure, più semplicemente, si sarebbe potuta scegliere una persona meno di parte.  Invece, “senza oneri per l’Amministrazione” regaliamo due anni di scelte tecnologiche, che avranno effetti per almeno altri 20 anni, ad una delle più grandi realtà commerciali d’oltreoceano.

Parlo di 20 anni non solo perché ogni scelta politica ha effetti sul lungo periodo, ma in particolare perché ogni scelta tecnica nel digitale è quasi inevitabilmente condita di “lock-in”. Il fornitore di un servizio o di un prodotto fa sempre tutto il possibile per legare il cliente a se stesso e rendergli impossibile o estremamente oneroso ogni cambiamento.  Quando per esempio tutti i dati di anagrafe e catasto sono in uno specifico sistema informatico, a fronte un contratto di abbonamento annuale di cinque o sei cifre, possiamo capire che il fornitore non sarà interessato ad aiutarci a passare ad un suo concorrente.

Ricordo in proposito che il nostro CAD (Codice dell’Amministrazione Digitale) era noto per essere uno dei migliori d’Europa, includendo clausole preferenziali per il software libero e requisiti di interoperabilità per ogni acquisizione informatica da parte della PA.

Purtroppo lo era, ma non lo è più.  In gennaio è circolata, sotto silenzio, una bozza di revisione del CAD in cui sono scomparsi gli articoli relativi all’interoperabilità.  Si tratta(va) di una buona salvaguardia contro le pratiche di lock-in. Un sistema è interoperabile quando è possibile accedere ai dati o fruire dei servizi da altri sistemi, per esempio usando formati di dati “aperti” per la gestione documentale. La modifica del CAD va a colpire il punto più critico per i monopolisti, perché in pratica la preferenzialità per il software libero viene facilmente elusa.

Non credo sia un caso che, sempre a gennaio, il Governo abbia “stretto un patto con Cisco per la digitalizzazione del Paese”: l’azienda investe 100 milioni di Euro nella scuola, nella ricerca e nelle “start-up”, senza più nessuna richiesta di interoperabilità.  Questi investimenti “senza oneri per l’Amministrazione”, in particolare quelli nella scuola, normalmente consistono in regalie di apparecchiature e software, rubricati come spese in detrazione dal reddito anche se il costo per l’azienda è sempre inferiore, ma per il software è addirittura zero.  L’investitore, in pratica, pastura nelle scuole, in esenzione fiscale (“senza oneri per l’Azienda”), per poi pescare una frotta di clienti fedeli e paganti nel prossimo futuro.

In realtà da circa un anno gli investimenti non si limitano a facili regalie: il Ministero dell’Istruzione tramite l’iniziativa “Protocolli In Rete” sotto cui ricade la parte “scuola” dell’intesa con Cisco può firmare accordi quadro con le aziende, che tra l’altro possono mandare i loro tecnici in aula per svolgere attività di “formazione”.  Quindi è possibile svolgere attività di addestramento attivo dei ragazzi sulle tecnologie specifiche dell’investitore, e ci sono già vari accordi di questo genere in vigore. Senza più requisiti di interoperabilità.

In realtà, oltre all’interoperabilità ci sarebbe un’altra difesa contro il lock-in nelle scelte commerciali: la valutazione dei costi di uscita.  Al momento della sottoscrizione di un contratto, l’analisi comparativa della PA dovrebbe includere il costo di uscita: la spesa e lo sforzo necessari per cambiare fornitore.  Purtroppo il nostro CAD, redatto anche in base al lavoro della commissione Meo del 2003, è sempre stato in difetto su questo argomento. La commissione aveva ben delineato nella sua relazione finale la questione dei costi di uscita, ma le relative pagine sono state stralciate da ignoti prima della pubblicazione. Temo sia successo lo stesso in altre situazioni.

La tecnologia è una grande risorsa, ma va usata con cautela. Può essere uno strumento di progresso ma anche di colonizzazione culturale ed economica.  Spero che riusciremo, prima o poi, a diradare l’alone di sacralità che circonda la tecnologia e permette ai ai governi di ogni colore di essere indotti a scelte miopi e castranti.  In realtà il software e la tecnologia sono solo conoscenza e cultura; realtà che potrebbero e quindi dovrebbero essere accessibili a tutti ma che i poteri forti, da sempre, vogliono rendere artificialmente scarse; basti pensare agli scribi dell’antichità o al controllo sulla divulgazione dei libri nel medioevo.

Oggi si parla tanto della necessità di colmare il “divario digitale”, tra chi è avvezzo agli strumenti moderni e chi fatica ad avvicinarsi.  Purtroppo, però, le scelte politiche sbagliate, quelle pilotate dai falsi “senza onere”, fanno crescere la dipendenza dagli strumenti senza acquisirne il vero controllo.  Ironicamente, le aziende più potenti sono proprio quelle che usano massicciamente software libero al loro interno, ma riescono così bene a tenerlo nascosto ai loro utenti/sudditi che quando devono assumere nuovi tecnici faticano a trovare persone competenti in materia.

Qualcosa comunque si muove nella direzione giusta: la Commissione Europea nel 2012 incentiva all’uso di standard aperti (cioè interoperabili), stimando un relativo risparmio nel settore pubblico di un miliardo di Euro all’anno; in una successiva Comunicazione del 2013 delinea la questione del lock-in e suggerisce come affrontarla.  È perciò possibile andare avanti, smussando i problemi insiti nella tecnologica per valorizzarne meglio i lati positivi; non è pertanto accettabile che la nostra politica nazionale faccia scelte retrograde svendendo il Paese e i suoi potenziali.

Forse in certi casi è un bene che i cervelli fuggano: qualcuno cresciuto fuori dalla colonizzazione culturale potrà tornare e aiutare il Paese a ripigliarsi, sempre che non torni in veste aziendale “senza oneri per l’Amministrazione”.

Alessandro Rubini, Febbraio 2016.
La copia integrale di questo testo è permessa e incentivata.

PS: Roberto Guido mi fa notare la circolare di dicembre 2013 (“Linee guida per la valutazione comparativa”), che appropriatamente include una discussione dei costi di uscita. Quanto ho scritto risulta quindi un po’ piu` negativo del dovuto. Spero nell’applicazione su larga scala, nel tempo, di queste indicazioni.

Tags: ,

18 Responses to “Il nuovo che arretra”

  1. Domenico Nocera Says:

    Bravo. Bravo e basta. Siamo senza speranza, ormai il percorso è segnato. Ancora una volta, Brava Italia. Nel sito indicato sotto il mio nome c’è l’ebook “Bimbiminkia, la scuola dei nativi digitali”, dove abbiamo cercato di raccogliere qualche barlume di lucidità nel mezzo della follia destrutturatrice a cui stiamo assistendo. Mentre Microsoft, Apple, Cisco, Google e mille altri si fregano le mani pensando alle grasse mangiate che si faranno sulle spoglie della morente Scuola Pubblica.

  2. Lucio Marinelli Says:

    Articolo chiaro e opportuno, ottimo Alessandro!
    Speriamo nell’Europa e continuiamo a lottare nella nostra realtà locale.

  3. Davide Prina Says:

    La revisione del CAD è fatta perché è in contrasto con la normativa europea eIDAS. Questa normativa è sotto forma di regolamento e la sua validità, in tutta l’unione europea, si avrà a partire dal luglio 2016 (non deve essere recepito dagli stati membri, entra in vigore in automatico)

    Quindi lo stato deve adattare il suo CAD a eIDAS per non lasciare contrapposizioni che farebbero decadere quanto prevede la normativa italiana a partire da luglio.

    Poi non conta tanto quello che c’è scritto nelle leggi/regolamenti italiani di questo tipo… tanto non c’è mai o quasi mai una sanzione e se c’è è ridicola e non applicata. Quindi ognuno può fare quello che vuole.
    Purtroppo tante volte chi decide nella PA non sa minimamente cosa sia il software libero e anche chi li consiglia non è molto di meno. Alla fine si tende a prendere software proprietario ultrachiuso in modo che sia facilmente reperibile sul mercato la manodopera (fornitori) in grado di metterci mano e si eliminano i costi fissi (dipendenti, soprattutto quelli che ne capiscono di informatica). Alla fine quello che ottengono è di darsi in pasto ad un unico fornitore mondiale che farà soldi a palate e porterà tali soldi fuori dal nostro paese, mentre la manodopera che dovrà operare (facilmente reperibile sul mercato) sarà presa a gare al ribasso, avendo così delle persone che non sanno quello che stanno facendo…

    Il link della commissione meo non è funzionante… se si copia a mano il tooltip lo si può far funzionare.

  4. Marco Ciampa Says:

    Ehhh sante parole…

  5. rubini Says:

    Grazie delle precisazioni.
    Ho sistemato il link

  6. d Says:

    Grazie al rete sociale ‘diaspora’:

    https://diasp.eu/posts/3996680

  7. Andrea Says:

    Quella descritta nel post, non è la società che ci piace vivere.
    Qui in Friuli e precisamente a Tolmezzo, attiviamo hot-spot wi-fi direttamente con la popolazione.
    Nel segnal wi-fi, liberalizzato con la “legge pisanu”, veicoliamo servizi gratuiti, attiviamo condivisione costi per il segnale internet come “gruppi di acquisto solidale” e poi, con l’associazione carnialug diamo informazione/formazione GRATUITA su open-source / software libero.
    Questo è un modo semplice di contrastare le lobbies… poi tutto è relativo se manca la visione di un mondo libero con informazioni libere. P.s.: vi garantisco che quando in aula si presenterà un inviato istruito a “manipolare”, ci sarà anche uno o più genitori che impediranno il misfatto.

  8. DiegoM Says:

    La posizione proposta da Andrea (Tolmezzo) è l’unica possibile. Il terreno delle libertà di espressione e della meritocrazia che è tipico del software libero non è praticabile dalla lobbies commerciali.

  9. Giuliano Says:

    Alessandro, ti ho letto con piacere. Condivido la gravità di quanto esponi, ma non ho saputo trattenermi dal formulare un commento su ciò che chi ti segue vorrebbe sentirsi dire da te: “Cosa fare nel merito?”
    Non avertene a male, ma sento fortemente la mancanza di una conclusione morale di questo tuo articolo.
    Prima o poi in qualche modo ci sentiremo o ci vedremo, e in quell’occasione potremo, se lo vuoi, parlarne direttamente.
    Credo che l’eticità sia ciò che tutti noi ci aspettiamo di sentire. Non solo il racconto di certe marachelle dal valore di tanti quattrini!

  10. Maraiteresa Says:

    Concordo con Giuliano pur lodando l’analisi di Alessandro.
    E per dare un contributo alla causa sulla linea di Andrea (Tolmezzo), perché non attiviamo un canale comunicativo di sole buone pratiche e casi in cui la PA ha scelto la strada OPEN? (forse rischio di essere banale ma di fatto non so se già qualcosa esista).
    Credo che, data la pigrizia che caratterizza il popolo italiano e soprattutto nella PA, divulgare in modo da stimolare fiducia, curiosità e rassicurazione verso le tecnologie open possa dare i suoi frutti.
    Proprio in questi giorni ho avuto 3 esperienze diverse su quanto si possa essere frenati al cambiamento per pigrizia e poca conoscenza; e non mi riferisco solo a PA dove i dipendenti devono essere pregati per fare dei corsi di aggiornamento sull’utilizzo si tecnologie (libere o meno) che ottimizzino il lavoro: anche i giovani preferiscono utilizzare software proprietari e crakkati perché più prestanti (anche se utilizzano un terzo se non di meno delle funzionalità) ma non fare lo sforzo di utilizzare i sf open……perché più faticoso.

    Il nostro è un problema assolutamente culturale che credo possiamo cominciare a combattere con una comunicazione organizzata e sistematica….riportando l’esperienza rassicurante non degli smanettatori ma dei “convertiti” all’open.

    Mariateresa

  11. Marco Says:

    Non entro nel merito del CAD e delle idee di apertura della PA all’Open Source che sono rimaste quasi sempre sulla carta, ma vorrei fare qualche puntualizzazione sul mondo della scuola.
    Quello che viene descritto (“pasturare nella scuola”, “addestramento attivo dei ragazzi”, …) sembra rimandare ad un’idea di scuola ignorante di tecnologia e succube di un mondo esterno che potrebbe fare qualsiasi cosa all’interno delle aule scolastiche. Forse è un po’ offensivo rispetto a chi lavora nella scuola…
    Relativamente a Protocolli in Rete, tutte le convenzioni (3 attualmente attive)sono fatte con richiesta esplicita da parte delle scuole e spesso riguardano pochi kit di materiale da distribuire alle scuole (normalmente 50/100 kit per un percentuale pari a meno dell’1% delle scuole italiane…)
    Le convenzioni con CISCO, Fastweb, Microsoft e altri non sono ancora attive; forse perchè non è poi così facile “pasturare” e “addestrare” all’interno della Scuola…
    In effetti, sembra molto più facile farlo all’interno delle Università…

  12. rubini Says:

    Grazie Marco per il commento. Sono a conoscenza di tante belle iniziative nella scuola, ma “protocolli in rete” mi sembra davvero pericoloso. Principalmente perche` pur essendo aperto ad “aziende e associazioni” solo le aziende con margini di mercato fuori dal mercato possono permettersi di entrare nelle scuole. Ogni persona deve guadagnarsi da vivere, e un impegno serio nelle scuole implica uno stipendio pagato in qualche altro modo. Sono in varie associazioni e so quanto sia difficile organizzare esperienze continuative col volontariato.

    Dopo di che la cosa che mi ha fatto subito pensar male di “protocolli in rete” e` che il giorno in cui e` stato ratificata la procedure sono stati approvati 4 di tali protocolli, che quindi dovevano essere gia` pronti. Uno con telecom, uno con samsung, uno con intel, e uno col consorzio che ha diffuso le LIM.

    Mi scuso se sono stato offensivo con chi lavora nella scuola: conosco molti insegnanti di valore e so quanto sia impegnativo e poco valutato tale impegno. Rimango pero` dell’idea che il meccanismo attuato dal ministero sia pericoloso, perche` non tutti gli insegnanti e i dirigenti sono in grado di proteggersi dalle proposte monopolistiche.

  13. Bob Says:

    Molto d’accordo sul ruolo ambiguo di Piacentini, ma dissento per quanto concerne il presunto ridimensionamento del CAD (di cui si è tanto parlato nella blogosfera italica, ma troppo spesso con toni sensazionalistici).
    Le regole a proposito di valutazioni comparative, riusabilità ed interoperabilità non sono state soppresse, anzi due anni fa sono state potenziate con la Circolare 63/2013 ( http://www.agid.gov.it/notizie/2014/01/08/riuso-valutazione-comparativa-online-la-circolare ) cui lo stesso CAD faceva e continua a fare riferimento (art. 68, comma 1).
    Insomma: dal CAD è stata rimossa qualche ridondanza rispetto all’intero nuovo capitolo, niente di più, non ne farei una questione così grave. E men che meno alimenterei questa falsa diceria seconda cui il software libero non è più una direttiva per le pubbliche amministrazioni: va a finire che qualcuno ci crede per davvero e si sente legittimato a non supportarne l’adozione, laddove le regole c’erano, ci sono, e continuano ad esserci, più dettagliate che mai.

  14. rubini Says:

    Grazie Roberto, apprezzo il tuo contributo (come tutti gli altri, anche quelli a cui non ho risposto). Mi era (colpevolmente) sfuggita la circolare e in particolare il suo riferimento ai costi di uscita. Sulle modifiche al CAD, rimango perplesso.

  15. Rob Says:

    Sarà. Io leggo su Twitter la reazione di Carlo Piana, che è proprio tra gli estensori della circolare 63/2013 (un testo, questo sì, veramente “alto” e competente): “La relazione tecnica al DLGS che modifica Art. 68 #CAD è DELIRANTE. Non dà spiegazione (NESSUNA) su perché aboliscono commi 2, 2bis Art. 68.” https://twitter.com/carlopiana/status/699904848247066624

    I commi 2 e 2bis non sono quisquilie, si rimuove il requisito di interoperabilità, e l’obbligo del formato aperto, senza darne alcuna ragione.

  16. Mike Says:

    Una cosa da aggiungere sarebbe che tutte le Università italiane hanno firmato un accordo con Google da parecchio ormai ed usano Google Apps for Education almeno per le email universitarie.

    Sebbene non sia software proprietario, Google può di fatto leggere le email di quasi tutti gli studenti, i professori ed i ricercatori universitari italiani, inclusi i dottori che lavorano nei policlinici e le loro comunicazioni con i pazienti. Le affermazioni rassicuranti nei loro termini di servizio sono inutili, visto che ammettono di scansionare le email per scopi di “sicurezza”.

  17. Richi Ge Says:

    Penso che tecnologia, telecomunicazione e web siano ben distinti supporti essenziali per l’uomo, il suo benessere e la sua sopravvivenza.
    Sempre più costosa e performante ha necessità di un bacino enorme di utenza per generare profitti, che creano investimenti e quindi ciò che più piace a chi detiene il potere economico. Quindi tutto sembra impostato per il guadagno MA tante alternative sono li pronte per essere sfruttate e plasmate a piacimento, pronte per essere usate a costo minimo. Non abbandoniamo l’elettronica, l’elettrotecnica, l’elettromeccanica. Sono è rimarranno le fondamenta del futuro e si compendiano a vicenda perché sono create dal genio fantastico nostro, dell’uomo.

  18. Paolo Says:

    La tecnologia può essere utile, ma attenzione all’abuso. I bambini non sanno tenere una penna in mano, ma sanno muovere un mouse. I bambini non sanno l’italiano, ma sanno lo sleng del momento. I bambini pensano che sia tutto facile, col tempo si renderanno conto che non è così. Il governo sta muovendo i passi per una informatizzazione di massa alle primarie togliendo o limitando la cultura di base, i danni si vedranno solo tra 30 o 50 anni e sarà tardi per cambiare perché quei bambini diventeranno adulti e a loro volta docenti addestrati a non essere persone, ma elementi di un programma. Pessimista? Sì, può essere. Però…

Leave a Reply